Farmacisti nel terremoto. Prefazione di Toni Capuozzo

PREFAZIONE DI TONI CAPUOZZO

AL LIBRO ‘I FARMACISTI NEL TERREMOTO’ DI ELENA PENAZZI

Credo di conoscere i terremoti. Avevo appena finito il mio servizio di leva quando, una sera di maggio del 1976, dopo quella che, a Udine, avevamo creduto solo una forte scossa, accompagnai un mio amico a Gemona del Friuli. Ritornai a casa la mattina dopo. Non ero un giornalista, allora, e i giorni che seguirono furono per me giorni  di tenda, di volontariato, di paura e di speranza. Il mio primo servizio da inviato fu in Montenegro, per un sisma, e mi ci mandò un piccolo giornale più come uno che aveva esperienza diretta del terremoto che come giornalista. Ricordo le notti in un albergo deserto, le banchine del porto di Bar sconnesse dal movimento tellurico, i piccoli paesi isolati tra le montagne. Ovviamente, seguii da cronista il terremoto dell’Irpinia, dove mi imbattei per caso nel paese natale di una nonna che non ho fatto in tempo a conoscere, e il terremoto dell’Abruzzo, dove per un mese vissi nella tendopoli di Sant’Angelo, organizzata con scrupolo, professionalità e umanità dalla Protezione Civile dell’Emilia Romagna. Il lavoro mi ha portato spesso – sono le cattive notizie che fanno notizia – in mezzo a guerre e catastrofi, frane o alluvioni, eruzioni o tsunami. Ma, così come le guerre hanno risvegliato in me ricordi sepolti della mia infanzia, e del dopoguerra felice in cui sono cresciuto, ogni volta che ho dovuto raccontare un terremoto sono ritornato, silenziosamente, a quei giorni del  1976, al mio Friuli, all’estate calda e piena di voglia di fare, al settembre avvilito del secondo terremoto, agli inverni dell’esodo, alla ricostruzione caparbia e lenta, e alle sue lezioni, finora poco ripetute. E a ogni terremoto mi è stato inevitabile pensare che assomiglia a una guerra: certo, non c’è un nemico da odiare, ma la morte e la distruzione arrivano a tradimento, ti colgono nel luogo che al mondo è la tana per ognuno di noi, il luogo del riposo, della sicurezza, il nostro piccolo castello di certezze: la casa. E, come le guerre, il terremoto rivela impietosamente le forze e le debolezze di una società, e mette alla prova le generazioni: per gli anziani è difficile ricominciare, per gli uomini e le donne adulti è una sfida, e ti accorgi che i bambini, anche quando recano dentro di sé le cicatrici della paura, lo spaesamento di camerette perse e di genitori smarriti, hanno grazie a Dio la forza di giocare comunque, e di crescere come in un’avventura tra tende e scuole inventate da un anno scolastico all’altro. E ogni terremoto mi ha insegnato qualcosa di nuovo, anche l’ultimo dell’Emilia, che ho vissuto dalle prime ore, perché quella notte, di ritorno dalla presentazione di un libro, dormivo in un albergo di Rovigo. Da cronista, ho fatto quel che dovevo fare: le telefonate in diretta, le immagini delle distruzioni, le interviste. Come tutti, mi sono trovato a fare i collegamenti avendo alle spalle luoghi simboli: una torre pericolante, un orologio fermo, una chiesa o un municipio sventrato. Come tutti, ho faticato a guardare dietro alle pietre e ai mattoni – ha ragione, questo libro che state per leggere, a dire “quello che la televisione non racconta” – e più in là del parmigiano, dell’aceto balsamico o del biomedico. Ho intervistato il dottor Renzo Belli, ma mi ha colpito più la storia del giardino di  casa trasformato prima in luogo delle esequie del figlio e  poi in tendopoli che non il suo lavoro in farmacia. Sono entrato in qualche farmacia, ma solo per chiedere se fosse aumentato il consumo degli ansiolitici. Bene, questo libro colma, per me e per tutti, la miopia di quei giorni forsennati e la superficialità di tanti luoghi comuni. Racconta storie belle e drammatiche di uomini e di donne che hanno fatto il loro dovere, e molto di più. Spiega come hanno improvvisato dalle prime ore un servizio pubblico decisivo, anche se l’espressione “servizio pubblico” non dice tutto. Lo spiega perfettamente quella farmacista che dice: “Ci cercano, vengano anche se non hanno bisogno di nulla, solo per vedere che ci siamo”. Che la farmacia c’è, o almeno c’è il camice bianco, che c’è un luogo che non è solo servizio pubblico o farmaci irrinunciabili, ma un posto che infonde un senso di continuità, una piccola certezza, almeno quanto l’ufficio postale, la stazione dei carabinieri, l’altare della domenica.

Sono belle, queste storie di piccolo coraggio e di grande solidarietà, ma inevitabilmente venate dai timori del domani, quando finirà l’adrenalina dell’emergenza e verranno i tempi lunghi della burocrazia, e il labirinto della ricostruzione, il tempo sospeso tra il presente e il futuro. Ma se tutti, a cominciare dagli amministratori locali e nazionali, faranno il loro dovere come hanno fatto questi camici bianchi, si può sperare di farcela. Anche se, con la nevrosi del circo mediatico, al turbinio dei primi mesi è seguito il silenzio, un piccolo oblio fatto di lievità agostane o di serietà da crisi internazionale. Ci sta, essere dimenticati dalle televisioni e dai giornali, ma non da chi ha il compito di aiutare, permettere e garantire la ricostruzione. Sono terre e genti, queste, che sono state sempre in prima fila nell’aiutare gli altri. Adesso tocca a loro, essere aiutati. Per il resto faranno da soli, con la forza che hanno dimostrato, e anche con la bonaria ironia che gli farà sopportare, il prossimo Natale, il ritorno delle televisioni e dei taccuini per raccontare il Natale senza chiese e senza case, che intenerisce i cuori. Ma almeno, nel presepe dei paesi, ci si metta una farmacia, una croce verde, anche se più piccola e meno imperiosa della stella cometa.

Toni Capuozzo

Capuozzo

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